Cronaca di Redazione , 11/03/2026 12:31

VIDEO | È crisi nera per i 400 allevamenti di vacche da latte dell'Alta Padovana

Crisi latte Alta Padovana

Non c’è fine alla crisi del prezzo del latte, che coinvolge direttamente 400 allevamenti dell’Alta Padovana, zona storicamente vocata. Oggi produrre un litro di latte costa oltre 50 centesimi al litro. E con il conflitto in Medio Oriente, fa notare Cia Padova, i numeri potrebbero registrare un’impennata da qui alle prossime settimane: “Sono aumentati, e verosimilmente aumenteranno ancora, i costi dei concimi, del gasolio agricolo e dell’energia elettrica, almeno di un 30-35%. Peraltro, tutti gli allevamenti sono strutture fortemente energivore”. 

Mentre per un litro di latte spot - cioè il latte crudo che viene venduto sul mercato “a pronti”, senza contratti a lungo termine tra allevatori e industrie – viene riconosciuta al singolo produttore una cifra che va dai 20 ai 22 centesimi al litro. “In pratica, stanno lavorando in perdita. Si noti che tale situazione sta andando avanti da ottobre; questa che stiamo attraversando è una tempesta perfetta, il comparto rischia il definitivo ko. Il nodo – spiega il direttore di Cia Padova, Maurizio Antonini – sta in un surplus produttivo a livello europeo e nel rallentamento della domanda interna di latte”. 

Circa il 60% del latte prodotto dalle 400 aziende agricole dell’Alta (per 50.000 capi complessivi) è contrattualizzato mediante le cooperative cui viene conferito. Il fatturato annuo provinciale, invece, si aggira sugli 80 milioni di euro. “I produttori non hanno alcuna voce in capitolo al tavolo delle trattative – spiega lo stesso direttore – Subiscono il prezzo del latte che altri decidono per loro. È chiaro che siamo di fronte ad un punto di non ritorno. O vi è una presa di posizione forte, anche da parte del mondo della politica, o il settore è destinato a scomparire. Non si tratta di un momento contingente delicato, piuttosto di una fase che, per l’appunto, durerà a lungo”. 
Quando chiude un’azienda agricola, ricorda Antonini, “a rimettercene, a cascata, è l’intero tessuto socio-economico di un territorio”. Nello specifico, conclude, “non possiamo assorbire questo ennesimo shock energetico con, in aggiunta, un ulteriore taglio dei margini di guadagno".